Prove di trasparenza

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18 agosto 2012 di Stefano Melia


Uno scandalo che sta squarciando il velo sul lato più opaco della finanza. Quanto emerge intorno alla manipolazione del Libor, il tasso di riferimento per il mercato interbancario sulla piazza londinese, dimostra come alcuni indicatori apparentemente lontani dalla vita di tutti i giorni possano in realtà farsi sentire nelle tasche di noi cittadini.

Anche l’Euribor, il tasso a cui le banche si prestano il denaro nell’area euro, è finito nel mirino della magistratura italiana per i potenziali rischi di manipolazione e all’Euribor sono agganciati molti mutui a tasso variabile, oltre ad alcune tipologie di obbligazioni che i risparmiatori acquistano per investire.
Ad accomunare Libor ed Euribor il fatto che vengano decisi da un panel di banche (43 per l’Euribor) ed è proprio questo il punto: quando uno strumento viene fissato con l’accordo tra le parti il rischio manipolazione è sicuramente più elevato rispetto, ad esempio, a quanto avviene sul mercato borsistico o dei future, dove l’incrocio di domanda e offerta (con una platea ovviamente più ampia) viene regolato da meccanismi di clearing (camera di compensazione).
Maggiore trasparenza è la richiesta che arriva dalla comunità finanziaria che ogni giorno ha a che fare con la gestione e la distribuzione di prodotti in Italia. E il pensiero corre immediatamente ai Cds, i credit default swap. È questo il nuovo fronte che potrebbe aprirsi sul lato degli indicatori poco lineari perché i Cds sono il classico mercato non regolamentato (over the counter). In pratica sono speciali polizze che risarciscono gli investitori nel caso in cui uno Stato o una società finisca in default.

Il loro prezzo viene formato non su un vero listino, ma con un accordo tra le parti (anche senza possedere i titoli di debito sottostanti). Oggi, secondo le ultime stime a fine 2011, il mercato dei Cds vale circa il 4% (28mila miliardi di dollari) di tutti i derivati mondiali. «Penso che per i Cds – spiega Marco Piersimoni, gestore di Pictet Am – prima o poi si arriverà a una riforma, che introduca un sistema di clearing come accade oggi per i future. Tutto diventerà più trasparente».
L’impatto dei Cds è molto rilevante: l’innalzamento del prezzo di questi strumenti può condizionare lo spread (ad esempio tra Italia e Germania), che a sua volta impatta sulle banche di casa nostra con ripercussione sui prestiti a famiglie e imprese. «Ci sono varie anomalie nella formazione del prezzo dei Cds – spiega Roberto Malnati, Fund Manager di Global Opportunity Investments di Lugano, esperto di gestione del rischio – Come tutte le assicurazioni, prevedono un premio che si calcola tenendo conto di alcune variabili, tra cui lo spread, la curva dei tassi e lo stesso Libor. Lo scandalo sul Libor potrebbe quindi in teoria avere ripercussioni anche sulla formazione dei Cds. È poi un contratto trattato su un mercato non regolamentato, quindi il prezzo viene fissato tra le parti senza subire un clearing e senza essere sottoposto ad un controllo di un soggetto terzo. Mancano poi anche le regole di “size”, non è dunque possibile sapere le dimensioni dei contratti scambiati».

Secondo l’esperto i Cds rischiano di amplificare gli effetti di un default invece di contenerli, perché il numero dei contratti stipulati per un singolo soggetto può superare, anche di molto, il valore del debito assicurato. «Non sappiamo i numeri esatti degli scambi dei Cds – continua Malnati – Vediamo dei soggetti che espongono proposte su varie piattaforme senza sapere chi sono quelli che concludono poi i contratti. Due giorni fa ad esempio il Cds Italia a 5 anni su Bloomberg quotava 574, vale a dire avrebbe pagato 574 punti base in dollari per assicurare il debito in caso di default».

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