Mediobanca Si parte con il piano Focus su Generali e rete estera

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19 novembre 2012 di Stefano Melia


Si apre ufficialmente in Mediobanca il cantiere del piano industriale. All’ordine del giorno del consiglio di amministrazione convocato per domani c’è appunto la business review. Che richiederà tempo, anche in relazione alla necessità di avere maggiore visibilità su alcuni elementi che influiscono sul mercato in generale e nello specifico sull’istituto di Piazzetta Cuccia.
L’amministratore delegato Alberto Nagel ne ha già fatto cenno in occasione della presentazione dei dati trimestrali: la review sarà pronta entro metà del prossimo anno e la banca potrà così annunciare agli investitori i risultati del lavoro. Mediobanca, alla luce della tempesta perfetta che ha cambiato il volto della finanza mondiale, vuole e deve rivedere il modello di business. E come tutte le banche dovrà prendere in considerazione alcuni fattori chiave, come la volatilità dei mercati, la stabilizzazione dell’euro, la disponibilità di capitale anche in relazione ai cambiamenti regolatori, e la crescita del costo del funding trend che prosegue ininterrotto dal 2008.
Nello specifico poi in Piazzetta Cuccia per definire il nuovo masterplan non è secondario conoscere quali indicazioni perverranno dalla strategic review in corso alle Generali, la principale partecipazione della banca con il 13,24%, che sarà completata in gennaio. Prima della grande crisi, cioè nella prima parte del 2007, la quota a Trieste «valeva» circa il 40% della capitalizzazione di Mediobanca, oggi siamo al 67%: di conseguenza è importante avere visibilità sulle scelte del nuovo group ceo del Leone, Mario Greco, in relazione agli obiettivi di maggiore redditività e ripresa di valore in Borsa.
Il consiglio di domani darà l’avvio a queste riflessioni, che coinvolgeranno tutto l’istituto, compresi ovviamente i grandi soci che partecipano al patto di sindacato che vincola oggi il 40% circa del capitale. E che vedranno passaggi intermedi nei prossimi mesi.
In linea generale verrà fatto un focus sul modello di sviluppo: quello attuale è considerato pienamente funzionante ma sarà necessario fare una ricognizione sulle fonti di reddito per spingere a una maggiore redditività. Alcune delle linee guida della review sono già state messe in evidenza. Nagel ha sottolineato per esempio la necessità di una riduzione dell’esposizione azionaria anche per rendere più stabili i risultati di gruppo. Nell’esercizio concluso al 30 giugno su 22 miliardi di portafoglio titoli l’esposizione sull’equity risulta dimezzata in 12 mesi da 3,8 a 1,9 miliardi, mentre è cresciuta da 5,4 a 9,2 miliardi la quota di titoli di Stato, di cui è stata ridotta la duration. Ed è stata preannunciata un’ulteriore riduzione del peso dell’equity. Che nel lungo periodo potrà riguardare anche, oltre ai titoli disponibili per la vendita, anche quelli delle partecipazioni strategiche (principal investing), cioè il 13,24% di Generali, il 14,36% di Rcs e l’11,62% di Telco. In particolare per quanto riguarda il Leone, come si è detto considerate le quotazioni attuali, le prospettive di rivalutazione assegnate anche al cambio di management e quindi alle attese sul piano industriale, e la gradualità prevista per la deduzione della partecipazione dal capitale di vigilanza dalla ancora non del tutto definita Basilea 3, il calo a Trieste non verrà realizzato in tempi brevi.
Una prospettiva che ridurrà ulteriormente il ruolo di holding di partecipazioni di Mediobanca, le cui fonti di reddito sono e saranno sempre più legate dunque all’attività «core», di banca d’affari. Ciò però non significa una minore attenzione al proprio ruolo di azionista. Anzi, come ha sottolineato l’amministratore delegato nel corso dell’assemblea di fine ottobre, facendo riferimento implicito proprio alle partecipazioni strategiche Generali e Rcs e al dossier Fonsai, l’istituto «ha avuto un ruolo molto attivo nel cambiamento nell’assetto di management di alcune partecipate per favorire una ripresa di redditività e valore, e anche nell’azionariato di una compagnia assicurativa che aveva profili di rischio e sottocapitalizzazione che potevano pregiudicare la linea di credito» della banca.
Le riflessioni nella review si concentreranno poi sul peso e ruolo dell’estero, che ha fin qui seguito una logica di start up, procedendo per apertura di nuove sedi e non per acquisizioni, e che oggi vale un quarto dei ricavi della divisione «corporate investment banking». Fra i mercati già definiti di interesse per altre possibili aperture ci sono Cina e Turchia, dove c’è già una presenza che, per passare all’operatività, attende l’ok da parte di Bankitalia. Sul tavolo ci sarà inoltre il ruolo e il peso di Chebanca, che oggi con il 21% della raccolta totale contribuisce in modo determinante alla liquidità (56 miliardi a fine giugno) a disposizione dell’istituto. Importante per la «qualità» e la stabilità del funding, della raccolta, è il fatto che provenga il più possibile dal retail e abbia fonti diversificate: oggi contribuiscono inoltre per il 34% le obbligazioni Mediobanca collocate a clientela retail, per il 6% il private banking, per il 20% i bond dell’istituto presso investitori istituzionali, per il 6% le banche e per il 13% la Bce. E queste considerazioni saranno appunto alla base delle riflessioni sullo sviluppo della rete di Chebanca.

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