Meno prelievi al «bancomat» della Bce

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9 gennaio 2013 di Stefano Melia


Un miliardo e mezzo di euro in meno nell’ultimo mese, 11,5 miliardi da fine luglio. Il nodo vitale che unisce gli istituti di credito italiani alla Banca centrale europea (Bce) si sta lentamente allentando. I dati diffusi ieri dalla Banca d’Italia evidenziano infatti una diminuzione dell’ammontare di denaro richiesto al «bancomat» di Francoforte: 271,8 miliardi di euro a fine dicembre rispetto ai 273,3 miliardi del mese precedente e al massimo storico di 283,3 miliardi raggiunto a luglio.
Non si tratta certo di una cifra paragonabile al dato pre-crisi (tra il 2010 e il 2011 le richieste medie si aggiravano sui 30-40 miliardi), ma resta comunque un segnale evidente di come, se pur con molta fatica, la situazione sul mercato interbancario stia tornando a migliorare dopo la profonda crisi a cavallo fra il 2011 e il 2012. Le emissioni sempre più frequenti di obbligazioni a medio-lungo termine (le ultime, due giorni fa, di Intesa Sanpaolo e UniCredit) sono la testimonianza di come il mercato abbia in generale ricominciato ad aprirsi per le banche italiane, almeno per le big.
Il ragionamento vale a maggior ragione per la raccolta a breve: parte della liquidità richiesta all’Eurotower gli istituti di casa nostra l’hanno rimpiazzata con i depositi della clientela, tornati a crescere di 16,3 miliardi in novembre secondo i dati diffusi dalla Bce la scorsa settimana dopo lo stop di ottobre (probabilmente legato anche al gran successo del BTp Italia); parte ancora ricorrendo a pronti contro termine (dai tassi inferiori allo 0,75% annuo che si paga a Francoforte), cosa che non si riusciva a fare qualche mese prima.
La mano di Francoforte
Il fenomeno non è ovviamente circoscritto alla sola Italia: il miglioramento della situazione sul funding bancario vale per l’intera Eurozona. Proprio ieri la Banca del Portogallo ha reso noto che le richieste degli istituti lusitani sono scese a 52,8 miliardi, cioè al minimo degli ultimi mesi, ma il progresso più significativo si è verificato in Spagna. I dati iberici sono fermi a fine novembre (quelli di fine anno saranno pubblicati lunedì prossimo), ma evidenziano una riduzione di oltre 44 miliardi di euro rispetto al picco di 412 miliardi toccato a fine agosto.
Più in generale, la Bce ha aumentato la potenza di fuoco delle aste di rifinanziamento all’Eurosistema passando (grazie soprattutto alle due operazioni Ltro a tre anni) dai 440 miliardi di euro del giugno 2011 fino ai 1.070 miliardi della fine dello scorso agosto. Da allora gli ingranaggi del mercato interbancario si sono a poco a poco rimessi in moto e questo ha permesso di ridurre l’ammontare allocato di quasi 100 miliardi in 3 mesi (l’aumento di fine dicembre è dovuto esclusivamente a motivazioni tecniche legate alle necessità di fine anno). Nello stesso periodo l’eccesso di liquidità rispetto alle necessità del sistema finanziario si è ridotto da oltre 800 a 625 miliardi.
Le date non sono certo casuali, perché l’inversione di tendenza inizia chiaramente dopo la netta presa di posizione del presidente Bce, Mario Draghi (l’ormai celebre discorso del «faremo tutto il possibile»), e il successivo accordo sullo “scudo anti-spread”: elementi che hanno riportato un minimo di fiducia nei confronti degli istituti di credito dei Paesi periferici, permettendo loro di tornare almeno in parte a finanziarsi direttamente sul mercato.
Il nodo Ltro
Ulteriori riduzioni della linfa che scorre attraverso il cordone ombelicale della Bce dipendono ovviamente dalle tensioni che si potranno verificare nei prossimi mesi: se il rasserenamento dovesse proseguire è facile prevedere un ulteriore abbassamento delle richieste all’Eurotower. C’è poi la questione del denaro preso a prestito nelle due Ltro a 3 anni: tecnicamente a partire dal 30 gennaio si apre una «finestra» attraverso la quale le banche possono rendere in anticipo quanto preso a prestito un anno fa, un tema particolarmente importante per le italiane che nel complesso hanno chiesto attraverso questo canale ben 255 dei 271,8 miliardi complessivi.
«Decideremo all’ultimo», ha detto a tale proposito ieri Federico Ghizzoni, a. d. di UniCredit, che ha attinto al «bancomat» di Francoforte per 26 miliardi. «È probabile che le banche italiane preferiscano attendere almeno fino alle elezioni prima di muoversi, per eliminare un fattore di incertezza e potenziale tensione», sostiene Giuseppe Maraffino, strategist di Barclays. Le sue stime prevedono che gli istituti del nostro Paese possano restituire entro marzo fino a 40 miliardi di euro, circa un quinto dei circa 200 miliardi che si prevede possano essere resi all’Eurotower. A convincerle potrebbe esssere la rinnovata accessibilità (e convenienza, specie se i tassi Bce non dovessero essere ancora ridotti allo 0,50%) del mercato dei pronti contro termine. Ma anche una sorta di «effetto stigma» al contrario, soprattutto le grandi banche: rinunciare al denaro della Ltro potrebbe essere letto come un segnale di forza, riportare nuova fiducia e garantire loro un migliore accesso ai mercati del denaro.

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