Quella maxistecca Antonveneta rientrata con lo scudo fiscale

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25 gennaio 2013 di Stefano Melia


Nella grande abbuffata alla tavola di Mps alcuni commensali si sono riservati un piatto a dir poco prelibato, una stecca da centinaia di milioni di euro. La ricetta corruttiva riguarda uno «spezzatino» in salsa senese, nel senso di una maxi tangente da un miliardo e 200 milioni di euro spezzettata su più conti coperti di più personaggi che avrebbero avuto un ruolo nell’operazione senza capo né coda per l’acquisto, nel 2007, della banca del Nord Est da parte di Montepaschi.

LO SPEZZATINO

Alla preparazione del banchetto, apparecchiato sulla pelle di centinaia di piccoli azionisti, sarebbe seguito l’occultamento dello stesso in banche e fondi lontani (londinesi e non solo, si parla anche di Paesi off shore) dai quali, poi, i capitali illeciti sarebbero stati fatti rientrare in Italia grazie allo scudo fiscale. Una maxi tangente scudata, il colmo. L’unica pecca nei piani dei sofisticati gourmet finanziari che hanno servito l’operazione folle con cui Mps si è letteralmente svenata per acquisire il controllo della decotta Antonveneta, è la mancata previsione di un’indagine da parte di una agguerrita Procura (per troppi anni silente) che ha dato seguito ai riscontri via via trovati dalla Guardia di finanza sulle tracce di un flusso enorme di denaro che come una lumaca lascia una scia di bava tra la Toscana, il Nord Est, la Spagna, l’Inghilterra e alcuni paradisi fiscali oltreoceano.

IL GIRO DEL MONDO

La svolta nell’inchiesta sull’acquisizione dell’istituto di credito Antonveneta, in cui risulta coinvolto l’ex presidente Abi Giuseppe Mussari (da pochi giorni dimissionario per la scandalo derivati) nonché alti vertici e della banca e della Fondazione dell’istituto di credito più antico al mondo, è arrivata al termine di una pedinamento monetario lungo sette-otto mesi, che ha portato a scoprire che alcuni protagonisti della sciagurata acquisizione avrebbero fatto rientrare – anche attraverso prestanome – ingentissimi capitali che gli inquirenti sospettano provenire, almeno in parte, dal mega ricompenso illegale per l’operazione che ha prosciugato le casse di Mps. Siamo nel campo delle ipotesi investigative ma più di un riscontro, accostato a coincidenze temporali precise, fa dello spunto d’inchiesta un filone corposo seguito sin qui senza far mai trapelare nulla. Il meccanismo, secondo gli inquirenti, sarebbe stato semplice quanto astuto: separare le stecche così da ridurre l’entità dei «rimpatri» monetari per non destare sospetti, o comunque diluendoli di molto.

IL FILONE SEGRETO

L’inchiesta per aggiotaggio, manipolazione del mercato sul titolo Mps e ostacolo all’attività di vigilanza è un’atomica sganciata sul mondo bancario e politico nazionale, e non solo per il dna rosso che contraddistingue l’intera operazione (Mussari ex Pci, è stato un dalemiano di ferro), ma per gli effetti devastanti che potrebbero avere sui risparmiatori, sulle aziende e sull’assetto dell’intero circuito del credito. Nessuno, o quasi (tranne i sindacati e i vertici Pd) è stato particolarmente soddisfatto dell’operazione Antonveneta condotta in splendida solitudine, nel 2007, dall’allora presidente Mps Mussari che non ritenne nemmeno di informare i vertici della Fondazione, la «cassaforte» della banca. Mps comprò per 10,3 miliardi di euro Antonveneta accollandosi anche 7,9 miliardi di debiti, quando appena sessanta giorni prima gli spagnoli del Banco Santander di Botin, Opus Dei, molto vicino al banchiere Ior Gotti Tedeschi a sua volta vicinissimo a Mussari (come risulta dalle agende dell’ex presidente di Mps) avevano rilevato la stessa Antonveneta per 6. Perché questa differenza di 4 miliardi? E perché nel conveniente pacchetto Mps non pretese anche il controllo di Interbanca, il corporate dell’istituto del Nord Est che da solo valeva 1,6 miliardi di euro che rimase, invece, nelle mani degli iberici? Qui sarebbe volata la mega-tangente, a detta della Procura di Siena. L’obiettivo dei magistrati è infatti scoprire cosa ci sia dietro questa enorme plusvalenza per entrare in possesso di una banca il cui valore patrimoniale il presidente del collegio sindacale di Monte Paschi, Tommaso Di Tanno, aveva stimato in appena 2,3 miliardi.

BRUTTA ARIA COL FRESH

Allo «spezzatino» si sarebbe arrivati anche seguendo il filone dell’obbligazione Fresh da un miliardo di euro del 2008 (che contribuì alla ricapitalizzazione per 6 miliardi di Banca Mps) finalizzato all’acquisizione di Antonveneta. A forza di scavare la Gdf sarebbe finita col ficcare il naso tra i misteriosi «clienti privilegiati» e nei lauti guadagni di questi ultimi, alcuni con interessi nella capitale inglese dove non vi è più la filiale di Mps e dove, nel 2004, con la Dresdner Bank, venne trattato anche il prodotto finanziario Alexandria, il derivato dello scandalo che ha portato alle dimissioni di untouchable Mussari.

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