De Mattia: «Il Tesoro spieghi perché autorizzò Mps a indebitarsi»

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27 gennaio 2013 di Stefano Melia


«Ma quale commissariamento, via non scherziamo. Qui si sta giocando col fuoco». Più di quarant’anni in Banca d’Italia, prima al vertice delServizio Organizzazione con Carlo Azeglio Ciampi e quindi capo della segreteria particolare di Antonio Fazio, Angelo De Mattia viene considerato una sorta di «anima esterna» della Banca centrale. In materia di rapporto tra Fondazioni bancarie e Vigilanza è tra le fonti più autorevoli. Come molti che hanno a cuore le sorti del Paese, ha seguito con apprensione le notizie che in questi giorni sono affluite da Siena e dalle segreterie dei partiti. E adesso ha voglia di parlare, di mettere in guardia dai pericoli che questa vicenda si porta se la politica non avrà un atteggiamento misurato.

De Mattia, che cosa teme di più in questa vicenda, la politica o le esasperazioni dei giornali?
«Temo soprattutto parole come commissariamento o statizzazione, che ormai circolano con una frequenza che non mi piace. Ma sanno che cosa vuole dire commissariare una banca, questi signori che straparlano di buchi miliardari e magari non hanno mai aperto le pagine di un bilancio?».

Lo dica lei.
«Solo la Banca d’Italia, dopo una valutazione tecnica rigorosa e nel pieno della sua autonomia, può suggerire questo passo grave affinché il Tesoro disponga. E quando in passato è capitato, perché le circostanze non lasciavano vie d’uscita, Via Nazionale si è sempre preoccupata di fare in modo che il sistema non subisse danni».

Timori, i suoi, forse eccessivi visto che il governatore Visco ha escluso iniziative a breve.
«E bene ha fatto. Il mio è un timore legato agli effetti che oratori troppo aggressivi alla fine riescano a convincere i più fragili che il dramma di Siena non è alle spalle ma che si sta invece consumando in questo momento. Gli effetti potrebbero essere devastanti, tra corsa agli sportelli e nuovi tracolli in Borsa fino a trasformare in un drammatico ping pong politico ciò che invece si può risolvere con gli strumenti tecnici».

Come giudica il management cui è stato affidato il compito di rilanciare Mps?
«Alessandro Profumo e Fabrizio Viola sono due professionisti di prim’ordine. Di fatto sono i commissari che vorrebbero alcuni, solo che essendo banchieri di vaglia perseguono il rilancio dell’istituto, non la sua liquidazione. E a mio avviso ci stanno riuscendo. Vedrà, non dovremo attendere molto per averne conferma».

Si è fatto un’idea del perché il vertice precedente ha gestito la finanza straordinaria dell’istituto in un modo tanto anomalo?
«Non me la sono fatta. In ogni caso, l’accertamento dei comportamenti ora è nelle mani dei magistrati. Ci diranno loro come sono andate davvero le cose. E se errori sono stati commessi, è giusto che i responsabili paghino».

Davvero la Banca d’Italia non ha responsabilità?
«Da quel che ho letto sui giornali, non credo: di fronte alla frode, non c’è vigilanza che tenga. La Banca d’Italia sanziona i comportamenti, lo ha spiegato molto bene il governatore Visco. Su questo punto è stata fatta tuna gran confusione: si è parlato di tutto, degli intrecci tra banca e politica, dei profili di reato possibili, di mazzette gigantesche transitate a Londra, mentre non ho letto di eventuali responsabilità del Tesoro».

Quali responsabilità?
«Vista con gli occhi di allora, una delle cose che mi parve strana fu il via libera del Tesoro all’ingente debito che la Fondazione Mps avrebbe dovuto assumere per sottoscrivere l’aumento di capitale della banca finalizzato all’acquisto di Antonveneta».

E qual è la stranezza?
«Una fondazione che si indebita per partecipare all’aumento di capitale di una banca che compra un’altra banca? Ma dove si è mai visto. E poi, perché autorizzare? Per consentire alla Fondazione Mps di mantenere il controllo assoluto dell’istituto quando tutto il sistema andava in senso opposto? E solo in nome di un malinteso spirito di senesità? Non è credibile. E’ ovvio che c’era dell’altro».

In un’intervista il pd Luigi Berlinguer parla di un giro Tremonti-Mussari. Le risulta?
«Del giro non so nulla. Posso però dire che negli ultimi anni l’ex presidente dell’Abi non ha perso occasione per elogiare in pubblico, persino durante le assemblee dell’Abi, la multiforme attività dell’allora ministro dell’Economia».

Due parole sull’acquisto di Antonveneta. Davvero Bankitalia non ha compiuto passi falsi nell’autorizzarlo a quel prezzo?
«Se fosse entrata nel merito del prezzo avrebbe voluto dire riportare l’orologio indietro di trent’anni. Sarebbe stato un atto di dirigismo assai pericoloso, per di più contrario alle regole Ue. La Vigilanza aveva il dovere di valutare la capacità patrimoniale di Mps all’acquisto. E questo ha fatto. Ricordo che quando Mps annunciò l’operazione nel novembre 2007, il suo valore in Borsa era di quasi 15 miliardi: il fallimento di Lehman Brothers era ancora di là da venire».

Concorda con quanti sostengono che è giunta l’ora di fare il tagliando alle fondazioni?
«Solo a patto che le eventuali modifiche legislative riflettano i contenuti della Carta Guzzetti. Il caso Mps è appunto solo un caso a fronte del quale vi è l’eccellente lavoro che ha fatto la maggioranza delle fondazioni ai fini della stabilità del sistema. Se nello sfascio generale le banche italiane si sono distinte per solidità rispetto a quelle europee, ciò è anche grazie alle fondazioni bancarie».

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