Italia «Sogno un socio finanziario di lungo termine»

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27 gennaio 2013 di Stefano Melia


Per quanto riguarda Nota Italia e Patagonia?
Patagonia non rappresenta un problema. Nota Italia è un’operazione più piccola e ha una componente di rischio molto inferiore. La competenza del consiglio d’amministrazione è legata al valore economico del dossier, come in tutte le società.
Come fate a escludere che ci siano altre partite nascoste nei bilanci del gruppo?
È stata fatta pulizia e, almeno per quanto riguarda la situazione interna, abbiamo portato tutto alla luce del sole.
Avvierete un’azione di responsabilità nei confronti di chi ha autorizzato quelle operazioni?
La valutazione sugli eventuali danni patrimoniali è in corso e dovrebbe concludersi a breve. Una cosa è certa: tuteleremo l’interesse della banca in ogni maniera. Questo vale anche per le operazioni oggetto d’indagine da parte della magistratura. Aspettiamo di vedere cosa emerge e poi prederemo le decisioni più opportune.
Anche in merito all’acquisto di Antonveneta, costato 9,3 miliardi, sul quale si rincorrono le voci di una possibile tangente di almeno 2 miliardi?
Se fosse vero ci rivarremmo su chi ne ha tratto un guadagno illecito. Non solo dentro la banca, dunque, ma anche fuori.
Agli ex dirigenti del gruppo sono state rilasciate manleve, cioè documenti che li sollevano dalle responsabilità?
Non ci sono manleve. In sostanza, abbiamo tutto lo spazio per agire.
Anche l’ex presidente Giuseppe Mussari è senza tutele?
Mussari non era un dirigente: anche volendo, non poteva ricevere manleve.
Da quanto tempo non vede o sente Mussari, di cui è amico ed è stato sponsor per la presidenza dell’Abi?
Da quando ho messo piede a Siena. Mi è sembrato opportuno per sentirmi libero di operare come ritenevo, senza alcuna forma di condizionamento, anche indiretto. Del resto l’arrivo a Rocca Salimbeni mio e di Viola era finalizzato a quel cambiamento che infatti è stato avviato immediatamente: basti dire che è stata sotituita la metà dei manager, sono usciti 100 dirigenti e stiamo azzerando tutte le sponsorizzazioni, comprese quelle cittadine. La nostra è una gestione indipendente nei fatti. E lo stiamo dimostrando.
A che punto è l’attuazione del piano industriale?
Nel corso del 2012, oltre a gestire la questione Eba e alcune vicende esterne non banali come s’è visto, è stato ridisegnato l’assetto operativo e delle relazioni industriali, con la firma di un accordo sindacale importante, anche senza la Fisac. In particolare, abbiamo ridotto da 11 a otto le aree territoriali, chiuse 150 delle 400 filiali previste e ridisegnato il perimetro del consorzio operativo. La riduzione dei costi realizzata è consistente e contribuirà alla redditività del gruppo. Ritengo che con il bilancio 2012 possiamo ritenere chiusa la fase straordinaria e tornare alla normalità. Questo, del resto, è il presupposto per riuscire a spesare e a restituire il finanziamento pubblico dei Monti bond.
Quando varerete l’aumento di capitale da un miliardo, autorizzato dall’assemblea in ottobre?
Nell’arco di piano industriale, cioè entro il 2015.
Come pensate di trovare investitori con un tetto statutario del 4% al diritto di voto: un limite che scoraggia chiunque a superare quella soglia?
È un vincolo che andrà tolto.
Quando?
Nel momento che decideremo di procedere all’aumento di capitale. Sarà il passo preventivo.
Qual è, a suo giudizio, il nuovo azionista ideale per Banca Mps?
Mi piacerebbe avere un socio finanziario di lungo termine.
Italiano o straniero?
La nazionalità non è un problema. L’importante è che creda nel progetto.
Quale progetto?
Ho sempre detto che al di là dell’arco di piano industriale, che si conclude nel 2015, mi sarebbe piaciuto lavorare a un progetto “Mps 2020”. Il management del gruppo comincerà a lavorarci nel corso di quest’anno. Finita l’emergenza, legata al cambio di rotta e alla messa a punto della macchina operativa, è giusto pensare più a lungo raggio nella prospettiva di dare un futuro stabile alla banca più antica del mondo.

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