Bankitalia due anni in pressing per far partire il rinnovamento

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29 gennaio 2013 di Stefano Melia


La Banca d´Italia di Mario Draghi ha vigilato sul Monte dei Paschi. Tre ispezioni tra 2010 e 2012, la seconda chiusa con l´invio di documentazione alla Consob e all´autorità giudiziaria, e un crescendo di pressioni sul consiglio di amministrazione per disarcionare i vertici. Controlli, che Giuseppe Mussari definì «asfissianti» (mentre a Via Nazionale preferivano parlare di «ispezione permanente»). Pure, tanto aggrottar di sopracciglia non ha evitato che la situazione degenerasse, con effetti destabilizzanti per banca e fondazione azionista, e un futuro da riscrivere dopo il salvataggio del Tesoro.
Proprio lo scarto tra azioni e loro efficacia potrebbe riaprire il dibattito sui poteri della vigilanza. Seguendo gli orientamenti del Fondo monetario e le prassi di diversi paesi stranieri, Via Nazionale chiede da tempo il potere di rimuovere i manager che attentano alla «sana e prudente gestione», e di rendere più severi i criteri di onorabilità e professionalità dei banchieri, come noto assai laschi e ritenuti inadeguati a prevenire e correggere la mala gestione. Finora, però, i governi di Silvio Berlusconi e Mario Monti non hanno ritenuto di affrontare la materia, lasciando insabbiare decreti o proposte di legge a riguardo.
Intanto le date, e i fatti. A metà 2008 la vigilanza autorizza l´acquisto di Antonveneta, chiesto e ottenuto un aumento da un miliardo (tramite bond F.r.e.s.h., anche fatto rimodulare a Mps perché troppo simile a un prestito). Nel novembre 2009 un rapporto di audit interno Mps – benché «bonificato» dal management, e tenuto fermo oltre un mese – con eufemistico giudizio «parzialmente favorevole», fa emergere i primi scricchiolii nell´area finanza della banca. Arriva la prima ispezione, ordinata da Mario Draghi in persona (maggio-agosto 2010) e critica. «I controlli interni e il comitato rischi sono poco incisivi», mentre i capi della finanza ignorano le loro raccomandazioni, sottraggono i veicoli (come Santorini) ai monitoraggi, eccedono in arbitraggi su dividendi «appesantendo la posizione di liquidità», non informano il cda dei finanziamenti in pronti/termine sui Btp. C´è già tutto il male dell´ultima cronaca. Bankitalia chiede dunque al Monte di rafforzare i controlli e rientrare nei ranghi sull´area finanza. Ma questo non avviene. Parte così una seconda ispezione a inizio 2011, che si conclude a marzo. I funzionari di vigilanza, in una fase in cui il contesto esterno peggiora – «avevano i capelli dritti», chiosa più plasticamente un banchiere – chiedono ai senesi che il monitoraggio sulla liquidità si infittisca, da settimanale a quotidiano. In maggio il gioco si rompe.
La vigilanza trasmette alcune carte senesi alla procura e alla Consob, e inizia a «lavorarsi» i consiglieri Mps per costruire un nuovo vertice. Trova una sponda nel neo sindaco di Siena Franco Ceccuzzi, che il 2 luglio, approfittando della distrazione generale (è giorno di Palio) rimuove il dg della fondazione e impone Claudio Pieri, ex capo degli sportelli Mps in pensione. La situazione precipita, con lo spread: a ottobre Ceccuzzi e Pieri sono al Tesoro, a comunicare che le banche creditrici dell´ente possono escutere il pegno su azioni Mps. Il 15 novembre 2011 Antonio Vigni, direttore generale del Monte, si arrende e se ne va. Per lui un bonus da 4 milioni, per il quale risulta in corso una procedura di sanzione contro la banca. La terza ispezione sulla finanza dura tutto il 2012, l´anno del nuovo management, e del ritrovamento della cassaforte di Vigni.

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