La politica ha fatto disastri, ma Monte dei Paschi va salvata

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31 gennaio 2013 di Stefano Melia


Mps, diamo qualche numero: oltre 30 mila dipendenti; terzo gruppo bancario italiano; raccolta diretta (ovvero i capitali versati dai clienti) pari a 135 miliardi di euro composto principalmente dai conti correnti per 58 miliardi e da obbligazioni per un valore di 56 miliardi; raccolta indiretta per 122 miliardi; mutui concessi ai clienti vicini ai 75 miliardi che rientrano nell’aggregato dei crediti verso la clientela che conta 145 miliardi. Questi sono alcuni valori di Monte dei Paschi di Siena: una banca radicata in tutto il territorio nazionale con le sue 2780 filiali (di cui 40 estere) e con un bilancio in perdita che registra il cosiddetto Roe – indicatore che misura la capacità di generare ricchezza per i soci – ad un valore intorno al -20 per cento (dato di settembre 2012) e che oggi, a seguito delle scoperte delle perdite su derivati tenuti “in cassaforte”, peggiorerà notevolmente.

UN FALLIMENTO DA EVITARE. Basta leggere questi semplici numeri per comprendere cosa comporterebbe il fallimento di Monte Paschi: disoccupazione, perdite su crediti (considerato anche il fondo interbancario di garanzia) e aziende che si troverebbero senza linee di credito nell’immediato. L’impatto sul Pil non sarebbe indolore e peggiorerebbe notevolmente tutti gli indicatori domestici con gravi ripercussioni per tutto il sistema Italia.
Molti si sono scagliati contro i Monti bond, altri chiedono il fallimento della banca che, senza nascondersi dietro ad un dito, qualche problemino nella gestione ce l’ha. Occorre però distinguere le indagini della magistratura dalla doverosa rinascita della banca ed evitare un fallimento che renderebbe irrisorio il prestito dei Monti Bond di 3,9 miliardi di euro.

TUTELARE LA RISTRUTTURAZIONE. La magistratura faccia il suo lavoro. Un sistema fallimentare va giudicato con i criteri del codice penale. Distribuzioni di utili inesistenti, manager accusati di guadagnare il 5 per cento su ogni operazione, raggiri dei criteri di vigilanza e soprattutto una gestione senza delle vere e proprie competenze finanziarie che ha generato perdite pericolose.
Per quel che riguarda la gestione della banca, essa dovrà subire tagli, ridurre gli sportelli e i costi. In particolare, nella propria regione, il gruppo Monte Paschi si trova con esuberi evidenti. È il caso di Firenze dove, di fronte ad una filiale di Mps, risiede un’altro sportello che apparteneva alla banca Toscana comprata nel 2002 dal gruppo senese. La stessa cosa vale per le sovrapposizioni di filiali nate con l’acquisizione di Antonveneta.

TAGLIARE E CAPITALIZZARE. Una ristrutturazione è oggetto del gruppo di lavoro guidato da Alessandro Profumo e l’impossibilità di un aumento di capitale non gioca a favore. Basti ricordare che la stessa operazione per Unicredit ad inizio 2012 è avvenuta con successo e la banca ha raccolto 7,5 miliardi di euro che hanno patrimonializzato l’azienda e hanno permesso di svalutare in bilancio alcune partite scomode come gli avviamenti delle partecipate. Per Mps l’aumento di capitale non è praticabile, perché il problema principale risiede nel suo socio di maggioranza, ovvero la fondazione composta dal Comune e dalla provincia di Siena, che per far fronte alle perdite hanno dovuto cedere la maggioranza assoluta di Mps passando al 34,94 per cento. Ergo non hanno liquidità, anzi ne hanno bisogno e nuovi soci, finché la situazione contabile non sarà perfettamente trasparente, non vorranno investire. Tuttavia, riferiscono alcuni rumors di mercato, una realtà importante come Mps potrà far nascere qualche appetito e pare che qualcuno ci stia già pensando.

 

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