Derivati, così fan tutti

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9 febbraio 2013 di Stefano Melia


«A giudicare da quanto sta succedendo a Siena mi sento di dire che la lezione di Banca Italease non è servita a niente».Massimo Sarandrea, fino al giugno 2007, quando esplose lo scandalo dei derivati, è stato responsabile financial banking dell’istituto per il leasing.

Era lui l’uomo incaricato da Massimo Faenza di curare i rapporti con le banche di investimento che predisponevano i derivati esotici, poi venduti agli immobiliaristi e agli altri clienti, che costarono a Italease una perdita di circa 1 miliardo. Semplificando un po’ si può dire che Sarandrea ricopriva in Italease un ruolo analogo a quello che Gianluca Baldassarri ricopriva in Mps. Arrestato nel gennaio 2008 assieme a Faenza e ad altri ex manager della banca, Sarandrea ha patteggiato una pena a un anno e sei mesi per appropiazione indebita, restituendo alla banca 1 milione di euro. Oggi, saldato il conto con la giustizia, lavora come consulente finanziario indipendente.

Domanda. Dottor Sarandrea, ci sono analogie tra la vicenda Italease e quella Mps?

Risposta. Almeno per quanto riguarda gli investimenti in prodotti strutturati (Alexandria, Santorini e Nota Italia, ndr), che sono costati al Montepaschi 730 milioni, mi sento di dire che si tratta di due vicende con copioni molto simili e che hanno anche alcuni protagonisti in comune. Penso alle banche di investimento che hanno venduto i prodotti strutturati a Mps e ai banchieri che vi lavorano. In alcuni casi si tratta delle stesse banche e degli stessi banchieri che vendevano i derivati esotici a Italease.

D. Sì, però voi non investivate direttamente in titoli strutturati, ma compravate i derivati per venderli ai vostri clienti, anche se poi vi assumevate il rischio di controparte con le banche d’affari. Inoltre, stando alla sentenza di primo grado, le operazioni in derivati servivano a voi manager di Italease per spartirvi le commissioni ai danni della banca.

R. Dal punto di vista tecnico tra derivati e strutturati non c’è molta differenza. E poi, almeno stando a quanto si è letto finora sui giornali, anche nel caso di Mps ci sarebbero stati alcuni manager della banca che si facevano retrocedere parte delle commissioni pagate per l’acquisto degli strutturati.

D. Ci spieghi meglio.

R. Che si tratti di derivati venduti alla clientela, come nel caso di Italease, o di prodotti strutturati in cui è stato investito parte dell’attivo della banca, come nel caso Mps, la logica di base è la medesima: cercare di guadagnare subito il più possibile, grazie ad upfront immediati, cercando poi di nascondere le perdite attraverso una rinegoziazione continua dei contratti.

D. E sul secondo aspetto?

R. È un tema delicato, ma non è raro che il banchiere che vende i derivati, per vincere la concorrenza delle altre investment bank, possa cercare di invogliare quello che li acquista offrendogli personalmente una parte della torta o, al contrario, che sia lo stesso compratore a chiedere qualcosa in cambio. È triste dirlo, ma sono cose che accadono. Il problema è che ci si accorge del disastro solo quando il danno è stato fatto. Se Mps fosse riuscita a chiudere quei contratti in modo meno traumatico, magari la storia della banda del 5% non sarebbe mai venuta fuori.

D. Sta dicendo che quello che è successo a Siena è la norma?

R. Non dico questo, però sarebbe da ipocriti fare finta che le nostre banche, anche quelle ritenute comunemente banche retail, non facciano investimenti a rischio. Oggi, infatti, l’unico modo per guadagnare tanto e subito non passa attraverso la concessione del credito alle imprese ma attraverso l’investimento in prodotti finanziari. E più il rendimento è allettante, più il rischio è alto.

D. Ma è davvero possibile che su Mps nessuno si sia accorto di nulla? La Banca d’Italia non aveva modo di intervenire prima?

R. Non conosco la vicenda Mps dall’interno, però mi sembra strano che la perdita derivante dalla ristrutturazione di un prodotto come Alexandria sia stata occultata per così tanto tempo. Sarebbe bastato analizzare i collaterali posti a garanzia di queste operazioni per accorgersi che nei conti c’era una perdita potenziale. Mi domando perché la Banca d’Italia non l’abbia fatto.

D. Però voi in Italease siete riusciti a nascondere a Bankitalia i rischi che correvate con i derivati, almeno fino a quando la cosa non è deflagrata.

R. Sì, ma solo perché la prima vera ispezione l’abbiamo avuta nel 2007. Basti pensare che dal 2003 al dicembre 2006 Italease ha venduto derivati senza avere la licenza di Banca d’Italia e nessuno per tre anni ci aveva mai detto niente. Anche in quell’occasione non fu l’autorità di vigilanza ad accorgersi della perdita potenziale ma fu il presidente Lucio Rondelli che, oltre a rivolgersi alla magistratura, decise di rendere noto il mark to market negativo che avevamo sui derivati. Una mossa che, a tutt’oggi, giudico avventata e che costrinse la banca ad accollarsi subito una perdita di 900 milioni. Se invece di chiudere i contratti in perdita si fosse cercato di rinegoziarli credo che il costo del salvataggio di Italease non sarebbe stato così elevato come poi è stato. Invece il Banco Popolare, chiamato ad accollarsi il grosso della perdita, è stato costretto a immettere in Italease circa 3 miliardi, dovendo fare ricorso ai Tremonti-bond per 1,9 miliardi. Un po’ come sta accadendo ora per il Monte Paschi.

 

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