Generali, strada in salita per il mini cda

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3 marzo 2013 di Stefano Melia


Parte il rush finale per definire il nuovo consiglio che guiderà le Generali per il prossimo triennio: alla presentazione delle liste manca un mese esatto.

Dovranno essere pronte 25 giorni prima dell’assemblea, già fissata per il 30 aprile. Quindi da domani i grandi soci entrano nel vivo della partita. E lo devono fare orfani della politica, visto che il periodo per mettere a punto i nuovi equilibri coincide con il marasma post elettorale. Esempio di una grande finanza che, per forza o per fortuna, dovrà fare a meno di punti di riferimento politico in un momento di incertezza economica senza precedenti. Non a caso, come riporta Huffington Post, il consensus degli analisti sul 2012, che va elaborato entro domani, prevede un utile intorno al miliardo, ben inferiore al dato di 1,7 che circolava prima delle elezioni, soprattutto per effetto delle svalutazioni.

Per questo si procederà senza grandi scossoni. Tuttavia il rinnovo delle cariche non si presenta scontato per la presenza di una serie di nuovi paletti, statutari e legislativi. Paletti che dovranno confrontarsi con la decisione dei grandi soci di comporre un cda con il numero minimo di consiglieri previsti dallo statuto: 11. Una scelta in linea con la volontà di ridurre un po’ ovunque la «casta» dei grandi manager, oltre che rendere più snella la macchina guidata dall’ad Mario Greco, arrivato a Trieste in agosto. Il combinato disposto dei pochi posti (oggi in cda siedono in 15 per una serie di dimissioni, ma in origine erano 19), dei limiti di età introdotti da poco e delle quote rosa richieste dal Dpr 251 del novembre scorso, rendono il percorso più stretto che mai.
Innanzitutto il vertice: per evitare traumi in un momento come questo esiste già un accordo di fondo tra i maggiori player del sistema: Mediobanca con i suoi soci francesi e il suo primo socio Unicredit; Intesa, anch’essa in fase di rinnovo, che partecipa ed è partecipata da Generali; e i grandi soci privati di Trieste, quali De Agostini, Luxottica, Caltagirone e il gruppo dei veneti (riunito intorno a Palladio), concordano nel confermare Galateri alla presidenza, Bolloré e Caltagirone vice, Greco capo azienda. Così nella lista di maggioranza restano solo altri sei posti (in 11, uno solo spetta a quella di minoranza). Inoltre, di questi sei ben tre dovranno essere donne: il Dpr dice «almeno un quinto del numero dei componenti» del cda, «arrotondato per eccesso all’unità superiore». E lo statuto affida le quote rosa alla lista di maggioranza. In questo quadro qualcuno dovrà rinunciare e qualcun altro dovrà farsi rappresentare dal genere «rosa». Per questo Mediobanca, che oggi ha due uomini in cda (Rebecchini e De Conto) facilmente si limiterà a uno (o una?). Intesa non potrà rinnovare Pedersoli, over 77 e dunque escluso per il limite di età (per lo stesso motivo non potrebbe più entrare nemmeno Leonardo Del Vecchio). E questo senza contare che nel vecchio cda l’equilibrio tra privati e Mediobanca era raggiunto anche grazie a indipendenti di peso come Della Valle e Scaroni. Per tutti questi motivi, negli ultimi giorni si è cominciato a ragionare non più su 11, ma su 13 posti. Che, in ogni caso, richiederanno un accordo complesso.

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