Quella meraviglia che era Ubi Leasing

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20 marzo 2013 di Stefano Melia


I CONTI DI UBI LEASING – Poche cose hanno ancora il potere di sorprendermi. Ma i conti di Ubi Leasing mi hanno lasciato davvero a bocca aperta. Anche per motivi affettivi perché, a suo tempo, ebbi un ruolo nella nascita della società promossa dalla Popolare di Bergamo, antenata dell’iniziativa. Com’è possibile che un gruppo di leasing attivo tra Bergamo, Brescia e l’area di Cuneo, la più dinamica del Piemonte, riesca ad accumulare un rosso di 800 milioni? La meraviglia cresce quando si scopre che il “buco” ha comportato una perdita per 300 milioni al Banco Popolare, attivo soprattutto tra Verona e Novara, altre aree forti del Nord Ovest e del Nord Est.

LA PUNTA DELL’ICEBERG
 – Certo, questi risultati possono essere letti come la punta dell’iceberg della crisi dell’economia italiana. Ma io non credo che questa spiegazione convinca fino in fondo. Ho la sensazione che la congiuntura negativa possa essere usata come la foglia di fico per nascondere errori (o peggio) nella scelta dei clienti da finanziare. Ho anche il sospetto che in passato tanti clienti “buoni”, oggi in difficoltà, al punto da scivolare nella zona grigia degli insolventi, siano serviti a coprire “politici”. Il sospetto potrebbe essere cancellato se le banche in questione avviassero un’operazione di trasparenza: perché non è dato sapere come e dove si sono persi tanti quattrini? Non è possibile, mi potreste obiettare, invocando il segreto bancario o la privacy. Allora potremmo stilare una classifica degli investimenti azzardati, associandoli, con tanto di nome e cognome, ai funzionari, manager o uffici competenti responsabili. È possibile consentire agli azionisti di prendere visione dei risultati ottenuti da questi signori e chiedere conto di promozioni e stipendi? Si possono conoscere i criteri di selezione e di premio per addetti ai lavori che portano a risultati così fallimentari? Non si tratta di alimentare furie “grilline”, tanto di moda di questi tempi.

QUESTIONE DI GOVERNANCE 
– Ma, al di là dei problemi legati alla recessione, credo che la situazione allarmante del sistema del credito sia in buona parte questione di governance. Come dimostra l’esempio americano, la crisi delle banche può essere affrontata e risolta in tempi assai più rapidi del previsto, purché l’operazione si accompagni a nuovi criteri di gestione, di scelta degli uomini e di riscoperta del valore dell’industria manifatturiera. Ma per favorire e trarre profitto dal rilancio dell’industria occorre avere manager competenti, che sappiano assumersi le proprie responsabilità. A partire dai vertici aziendali, che spesso si nascondono dietro “pareri” di qualificate società di “cacciatori di teste” o di rinomate società di consulenza, entrambe il più delle volte chiamate a ratificare le volontà del vertice. È necessario, in sintesi, che si affermi il principio di responsabilità, cioè chi sbaglia paga mentre chi vince incassa il premio. Ma a fissare l’ammontare del jackpot, al pari di quanto ha deciso il recente referendum svizzero, è l’assemblea degli azionisti, non un cda, più numeroso di una squadra di calcio, che non risponde in pratica di nulla.

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