Cinque compagnie in gara per le polizze di Carige

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10 aprile 2013 di Stefano Melia


A fine aprile il consiglio chiederà all’assemblea di avere tempo fino al 31 marzo 2014, ma il gruppo Carige intende chiudere il capitolo dismissioni molto prima: formalizzato l’incarico a Leonardo & Co. e Mediobanca nelle settimane scorse, a maggio verrà aperta la data room per le due compagnie assicurative e l’obiettivo del management è quello di concluderne la vendita entro il 2013. Proprio in quest’ottica, spiega il direttore generale Ennio La Monica, l’altroieri «la banca ha affidato a un pool di advisor la vendor due diligence delle due compagnie che fanno capo al gruppo», a conferma del fatto che l’obiettivo è quello di «arrivare il più vicino possibile agli 800 milioni di rafforzamento necessari», onde poter evitare di batter cassa ai soci con un aumento di capitale; nel dettaglio, le consulenze sono state affidate a Towers Watson (advisor attuariale), Reconta Ernst & Young (contabile), At Kearney (industriale) e Prelios Valuations (immobiliare), mentre per l’assistenza legale Carige si è rivolta allo Studio Legance di Milano.

Dunque il processo di dismissioni si è messo in moto. In primo piano, si diceva, le due compagnie assicurative vita e danni che fanno capo al gruppo: con i due advisor milanesi, Leonardo e Mediobanca, verranno offerte ai principali gruppi del settore, non solo italiani, «insieme a un contratto di bancassicurazione che consentirà di utilizzare i nostri 700 sportelli per la vendita delle polizze», dice La Monica. In particolare, si apprende da fonti esterne alla banca, verrà vagliato l’interesse di Axa, Allianz, Zurich, Munich Re e Talanx, oltre all’italiana Cattolica: «I primi riscontri, del tutto informali, che abbiamo ricevuto sono positivi», assicura La Monica, che fa anche riferimento al processo di dismissioni avviato da Unipol, con la vendita di Milano: «Questa operazione ha attirato l’interesse sull’Italia, e anche noi potremmo beneficiarne. Anche perché la compagnia danni che andiamo a offrire, con i suoi 600 milioni di premi e la rete di 400 agenti, è di una taglia decisamente più contenuta, particolarmente interessante per chi intende avviare un processo di sviluppo in Italia».

Ma basteranno le due compagnie a evitare l’aumento di capitale? «Siamo ottimisti, e comunque se non dovessero essere sufficienti stiamo individuando alcuni altri cespiti, in particolare immobiliari, cedibili in tempi brevi», spiega La Monica. Che esclude categoricamente che possano finire sul mercato asset bancari (dal Monte di Lucca a quote della neonata Carige Italia) e intanto tiene a fare chiarezza sul passaggio che sta vivendo la banca: «Il piano di rafforzamento deciso dal cda di fatto rappresenta una piattaforma che ci consentirà di crescere per i prossimi 15 anni», analogamente a quanto accaduto vent’anni fa, prima dello sbarco in Borsa. Questa volta, però, «a maggior ragione considerato che siamo in un settore maturo che ci chiede di puntare sull’efficienza e l’innovazione», tutti gli sforzi saranno concentrati sulla banca: «Stiamo ponendo le premesse per continuare a essere un gruppo solido dal punto di vista del capitale, ma anche della redditività e della liquidità», dice ancora La Monica, ricordando che già oggi Carige può contare su cinque miliardi, tra cassa (1,3 miliardi, ndr) e titoli immediatamente liquidabili.

Ma allora, perché un piano da quasi un miliardo? Anche qui, La Monica tiene a precisare: «Se guardiamo al settore bancario in Italia, il rafforzamento è una necessità del sistema. Hanno cominciato i grandi gruppi, ora è la volta di chi viene dopo, come noi. Non a caso, stavamo già predisponendo un percorso di consolidamento». Poi, nell’autunno scorso, «Banca Carige è stata inserita tra le banche soggette alla Vigilanza europea, la quale richiede requisiti regolamentari ancora più stringenti. Inoltre la Consob ci ha consentito di godere solo parzialmente in via immediata dei benefici contabili derivanti dalla cessione a Carige Italia degli sportelli acquistati dal 2008 in avanti»: si puntava a un effetto positivo immediato, in termini patrimoniali, di 600 milioni. Di questa somma, invece, 340 milioni andranno spalmati sui prossimi 10-11 anni: «di qui è nata l’esigenza di incrementare l’intervento sul capitale». Anche perché, nel frattempo, c’è stata anche la stretta sulle coperture delle sofferenze, particolarmente incisiva per Carige: «Negli anni passati – dice La Monica – i nostri accantonamenti sono stati coerenti con il profilo di rischio del nostro portafoglio crediti, più orientato alle famiglie, alle Pmi e in larga parte garantito da ipoteche. E comunque, a fine 2012 la copertura delle sofferenze è salita a circa il 50% nella media di settore». Infine, la riorganizzazione interna. Oltre a chiudere alcuni sportelli («Non più di una decina»), il gruppo punta su 450 uscite volontarie entro il 2017, che consentiranno a regime risparmi per 30 milioni l’anno

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