«Un’azione straordinaria per il credito»

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19 aprile 2013 di Stefano Melia


La bad bank all’italiana, una piattaforma in grado di alleggerire le banche di qualche miliardo di bad loans e consentire loro di riaprire i rubinetti degli impieghi. O ancora, perché no, una spinta ai minibond emessi da parte delle imprese, anche quelle piccole, sfruttando la corsia preferenziale aperta recentemente dal Decreto sviluppo. Qualunque sia la modalità prescelta, all’economia italiana serve un’azione straordinaria (e immediata) che spezzi il circolo vizioso del credit crunch e rimetta in moto – subito – il credito alle imprese, accelerando il ritorno alla crescita. L’istanza, forte e chiara, si è levata ieri dal parterre di banchieri, imprenditori e addetti ai lavori che ha partecipato alla quarta edizione del Forum “Banca e impresa”, organizzata dal Sole a Milano, nella sede di via Monte Rosa.

Una tema di strettissima attualità, quello del credito, dopo il grido di dolore lanciato venerdì e sabato a Torino dai piccoli imprenditori di Confindustria, stigmatizzato successivamente dal governatore della Bce, Mario Draghi e pure dall’Fmi, che ieri è stato oggetto di una lunga e dettagliata analisi da parte dei vari interlocutori del mondo del credito. Che, pur con sfumature diverse, sembrano concordare su un punto: la situazione è grave ma non ancora spacciata, e proprio per questo – prima che sia troppo tardi – serve un’azione che consenta di utilizzare al meglio le risorse del sistema-Paese.
È qui che raccoglie altre aperture l’idea lanciata domenica dal direttore del Sole, Roberto Napoletano: un veicolo finanziario agile, privato, partecipato dalle banche e da altri attori di sistema, dotato delle competenze necessarie a riconoscere chi merita di essere sostenuto, in grado di ricorrere a strumenti diversi di sostegno alle imprese (da quote di minoranza a finanziamenti a lungo termine) e al tempo stesso di attingere alla liquidità della Bce, aprendo a un prezioso effetto moltiplicatore. «Se ha una governance chiara, può funzionare», ha detto ieri l’ad di Deutsche Bank Italia, Flavio Valeri: «L’importante è che si tratti di un progetto a termine, e che non diventi una soluzione strutturale». «Perché – ha aggiunto Valeri – è fondamentale che ognuno continui a fare il suo mestiere, comprese le banche». Un punto, quest’ultimo, considerato cardine da molti: il sistema del credito in Italia forse è paralizzato, è vero, ma non è morto. E dunque va semplicemente rimesso in grado di funzionare: «Tutte le proposte che lanciano un dibattito sono importanti», ha detto al riguardo Andrea C. Bonomi, presidente del Consiglio di gestione di Bpm, «ma la priorità dev’essere la trasparenza». Nel senso che, ha spiegato, «può essere anche più facile che ognuno svolga correttamente il proprio compito, comprese le banche, piuttosto che creare un veicolo nuovo. Che in fondo sarebbe anche un segnale di fallimento del sistema».
Dalla mole crescente dei non performing loans (di cui le sofferenze costituiscono solo una parte) all’eccessiva bancarizzazione delle imprese italiane, che ne fa un sistema per molti aspetti zoppo, i dati presentati ieri dimostrano che i punti deboli del contrastato rapporto tra banche e imprese su cui agire sono molti, nella consapevolezza che agendo sul fronte del credito si darà una spinta decisiva anche all’economia reale, visto che mai come ora la correlazione è strettissima. Se è vero, come ha sottolineato Ugo Cotroneo, partner di Boston Consulting, «in questa fase continua a essere determinante la qualità del rapporto tra la singola impresa e la singola banca, sono altrettanto utili azioni di sistema», tra le ipotesi sul tavolo resta quella della bad bank. Non tanto nella versione “pubblica” spagnola, ma piuttosto in una variante tutta italiana elaborata anche da Mediobanca, una soluzione bottom up che veda le banche prima prendere l’iniziativa per concentrare in una piattaforma una parte dei bad loans e poi aprirla a qualche investitore straniero, sapendo che «l’interesse c’è», come ha detto il vice direttore della Banca d’Italia, Federico Signorini. Aprendo, nei fatti, all’ipotesi: «Da parte nostra non abbiamo preclusioni» (si veda al riguardo l’altro servizio a pagina 33).
Il cantiere, dunque, è aperto. E non è un cantiere soltanto italiano, visto che «dobbiamo tenere presente che stiamo andando verso una graduale europeizzazione del credito», come ha detto ancora Valeri, facendo chiaro riferimento al processo di integrazione del credito. Un motivo in più per fare presto.

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