Carige, la Fondazione non vuole l’aumento

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20 maggio 2013 di Stefano Melia


La verifica verrà fatta in autunno: a quel punto si tirerà la linea sulle dismissioni e quello che eventualmente mancherà per arrivare ad un rafforzamento patrimoniale di 800 milioni verrà fatto con un aumento di capitale in contanti. Evento quanto mai paventato. «Auspico che sia pari a zero», spiega il direttore generale della Carige Ennio La Monica. Non è esattamente quanto aveva detto a suo tempo il presidente della banca Giovanni Berneschi, ma invece coincide al millimetro con la posizione del presidente di Fondazione Carige, primo azionista della banca, Favio Repetto. Che, da bravo genovese acquisito, non vuole (più) mettere mano al portafoglio per la sua preziosissima e quasi unica partecipazione, Banca Carige appunto. «Auspico che non ci sia un aumento di capitale in contanti – ribadisce – ma nel caso ce ne fosse uno di piccolo importo, la nostra partecipazione scenderà di conseguenza. Del resto, fino al 40% si resta un solido riferimento per Carige». In realtà, nella sua testa c’è nella peggiore delle ipotesi – un dimagrimento pari al 2-3% massimo, forse meno, rispetto al 47% attuale; quota del resto salita dopo la conversione anticipata del prestito da 400 milioni e il fatto che la Fondazione sia subentrata al posto dello Ior, rilevandone la quota. Di sicuro la Fondazione «non farà nuovi debiti» per partecipare all ’aumento, continua Repetto, dopo aver ridotto l’esposizione verso Mediobanca dai 320 milioni del 2008 ai 90 del prossimo giugno. Di più non dice, ma chi ricostruisce la storia degli ultimi rapporti tra Fondazione e banca ricorda che il flusso di denaro dalla prima verso la seconda ha sfiorato i 700 milioni dal 2007 in poi. E allora? Si vedrà, dopo aver fatto cassa con le partecipazioni messe in vendita, quanta strada resterà ancora da fare. Repetto ha detto più volte che per Banca Carige, a parte la banca e Carige Italia, di strategico non c’è nient’altro. Ma oltre agli asset messi sul piatto, probabilmente non c’è molto altro. Immobili a parte, che nel caso di Carige sono in larga misura strumentali. Molti dicono che per la sgr – già messa in vendita – ci sia la fila. Ma è anche l’asset più piccolo, difficilmente si supereranno gli 80 milioni di incasso. Una novantina di milioni (e magari anche qualcosina di più) potrebbe arrivare dalla cessione del 20% dell’Autostrada dei Fiori, anche se la vera incognita riguarda le assicurazioni. Che complessivamente hanno assorbito circa 600 milioni dalla banca restituendone pochini (il ramo vita ne ha dati 70 dal 1997 ad oggi, il danni ha fatto ben peggio). Il 2012 si è concluso con un’iniezione di capitale per poter mettere la parte danni 2 sul mercato ed ora, secondo le prime valutazioni chieste dalla banca ai periti, ha un “valore recuperabile” compreso tra i 100 e i 103 milioni, mentre per il vita si va dai 367 ai 369. Da queste cifre, iscritte nel bilancio 2012, ora si dovrebbe passare a stime più sofisticate, commissionate da Carige per gestire le dismissioni. Ma in questo momento c’è abbondanza di offerta (Unipol sta dismettendo 1,7 miliardi di premi) e bisognerà vedere se ci sarà la fila per comprare. Fuori dall’aumento di capitale o comunque dal rafforzamento patrimoniale, c’è poi il processo di validazione dei sistemi interni di rating. Un percorso che sui conti della banca ha influito per ora negativamente (in termini di accantonamenti) e che nel 2012 ha portato il costo del credito a 150 punti base. «Sulla situazione attuale siamo a posto, lo stock è stato già sistemato – dice La Monica a fine anno si vedrà, ma lo scalino una tantum è stato fatto». E se Bankitalia validasse il modello interno, arriverebbero altri 100 punti base di Core tier 1, grosso modo. Che non fanno male, ma non sono inclusi nel rafforzamento patrimoniale da 800 milioni. LA TRIMESTRALE I risultati del primo trimestre del 2013 mostrano un utile netto di 48,6 milioni (più 7,4% sullo stesso periodo del 2012), impieghi a clientela a 26 miliardi (-1%) e raccolta diretta a 28,2 miliardi (+2,6%)

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